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martedì 31 gennaio 2017

Strage Quebec City, il Canada 'liberal' finisce nel mirino

Viene riprodotto di seguito per intero l'articolo che la giornalista Sara Gandolfi ha scritto su Il Corriere della Sera commentando la strage di Quebec City.

Il Canada "liberal" finisce nel mirino. La loro bandiera è l’accoglienza per tutti
Ogni anno 300.000 migranti e migliaia di profughi

di Sara Gandolfi

“Non esiste il canadese modello. Non c’è nulla di più assurdo della definizione “all Canadian”. Una società che enfatizza l’uniformità crea intolleranza e odio”. Con queste parole, l’8 ottobre 1971, il premier Pierre Trudeau spiegò perché aveva deciso di trasformare un concetto fino ad allora teorico — il multiculturalismo — in “politica ufficiale” del suo governo, e di tutti quelli che seguirono. Era la prima volta che il leader di uno Stato si impegnava formalmente a proteggere e promuovere la diversità, riconoscere i diritti delle popolazioni aborigene e sostenere l’uso del bilinguismo. Non fu una scelta “morale”, in realtà: il Partito liberale di Trudeau stava perdendo consensi in Québec, minacciato dal crescente sostegno al separatismo, e puntava a conquistare il voto delle comunità di “nuovi canadesi” in Ontario e British Columbia. Sta di fatto che la “diversità” è diventato un valore collettivo nel Paese delle Giubbe rosse.
Quarantacinque anni dopo, è toccato a un altro Trudeau, il figlio Justin, riportare in auge un principio che con il tempo sembrava essersi appannato. Il 27 giugno scorso, il giovane premier ha messo nero su bianco la filosofia nazionale, con una dichiarazione che sembra la continuazione di quella del padre: “Il multiculturalismo è la nostra forza, sinonimo di Canada quanto lo è la foglia di acero. Qualsiasi sia la nostra religione, il luogo in cui siamo nati, il colore della nostra pelle o la lingua che parliamo, siamo tutti cittadini uguali di questo grande Paese. Le nostre radici raggiungono ogni angolo del pianeta”.
Il tweet del premier Porte aperte “a chi fugge persecuzione, terrore e guerra, a prescindere dalla fede”
I numeri confermano. Un quinto dei canadesi è nato all’estero. Nelle principali città, da Toronto a Vancouver, quasi metà della popolazione è formata da minoranze. Eppure è difficile trovare sacche di segregazione come quelle presenti in tante periferie europee o statunitensi. La parola d’ordine è: integrazione. Ed è il più grande successo della politica di Ottawa. In un Paese in cui il ministro dell’Immigrazione, Ahmed Hussen, è di origine somala — e garantisce permessi di residenza temporanei a chi viene respinto dagli Usa di Trump — e le partite di hockey vengono trasmesse regolarmente in Punjabi oltre che in francese e in inglese, fino ad oggi nessuno si è mai sentito davvero straniero.
La politica d’inclusione di Trudeau jr ha ricevuto il plauso dell’Economist: “Oggi, nella sua solitaria difesa dei valori liberali, il Canada sembra veramente eroico”, ha scritto il settimanale. Una “fortezza di decenza, tolleranza e buon senso” che ogni anno, da un ventennio, apre le porte a 300.000 migranti, circa l’1% della popolazione (nel 2016 sono arrivati anche 46.000 profughi, in gran parte siriani) e offre ai nuovi arrivati una rete di “sponsor privati”, cittadini che si prendono la responsabilità di aiutarli durante il loro primo anno nel Paese.
La distanza che separa il Canada dagli Stati Uniti (ma anche dall’Europa della Brexit e del nazionalpopulismo) non è forse mai stata così ampia. “Siamo i campioni solitari del multiculturalismo tra le democrazie occidentali”, dice Stephen Marche, scrittore ed opinionista canadese. “Questa solitudine ci accompagnerà nei mesi e negli anni a venire, forse per sempre”. Trudeau lo sa e ne sta facendo il perno della sua politica: “A chi sta fuggendo persecuzione, terrore e guerra... i canadesi vi daranno il benvenuto, a prescindere dalla vostra fede”, ha twittato dopo l’altolà di Trump.

lunedì 16 gennaio 2017

La stella di Justin Trudeau non brilla più

Justin Trudeau
Viene riprodotto di seguito per intero l'articolo che la giornalista Sara Gandolfi ha scritto su Il Corriede della Sera pochi giorni e relativo alla figura di Justin Trudeau.

Trudeau sull’elicottero di Aga Khan
La stella canadese non brilla più
A un anno dall’insediamento, il popolare premier è caduto sulla «buccia di banana» della trasparenza: vacanze gratis col miliardario, ai sostenitori offre cene a pagamento

di Sara Gandolfi

Era il principe della «political correctness», il premier più gagliardo di Instagram, il più sexy dello scenario geopolitico mondiale. Soprattutto, era l’uomo che aveva riportato il sonnacchioso, gelido e un po’ tedioso Canada sugli altari delle cronache internazionali. Invidiosi degli States? Vittime di un perenne complesso d’inferiorità nei confronti del vicino? Macché, «noi abbiamo Justin Trudeau», sillabavano i giovani da Vancouver a Halifax, il primo ministro più cool del pianeta (ancor più verso la fine del mandato Obama). Talmente sicuro di sé da potersi permettere di indossare una mega-corona di piume dei nativi indiani senza sentirsi né sembrare ridicolo.Era il principe della «political correctness», il premier più gagliardo di Instagram, il più sexy dello scenario geopolitico mondiale. Soprattutto, era l’uomo che aveva riportato il sonnacchioso, gelido e un po’ tedioso Canada sugli altari delle cronache internazionali. Invidiosi degli States? Vittime di un perenne complesso d’inferiorità nei confronti del vicino? Macché, «noi abbiamo Justin Trudeau», sillabavano i giovani da Vancouver a Halifax, il primo ministro più cool del pianeta (ancor più verso la fine del mandato Obama). Talmente sicuro di sé da potersi permettere di indossare una mega-corona di piume dei nativi indiani senza sentirsi né sembrare ridicolo.

Scandali
Ok, la luna di miele è finita, a poco più di un anno dall’insediamento del suo governo, nel novembre 2015. Il giovane, aitante, iperliberal Trudeau jr, l’erede che pareva aver già surclassato il padre, è caduto sulla classica buccia di banana. Anzi, su due. E guarda caso il piede in fallo l’ha messo proprio sul tema che aveva scelto come cavallo di battaglia: la trasparenza. Prima lo scandalo delle ospitate a pagamento per aiutare gli amici, ora il viaggio tropicale nell’eden di Karim Aga Khan, capo spirituale dei musulmani ismaeliti e stella del jet set. «Perché la vacanza del primo ministro è rimasta segreta?», chiede con ironia retorica Cole Burston sul quotidiano The Globe and Mail.

L’isola privata
Presto detto. In Canada vige una legge, introdotta proprio da Trudeau — il Conflict of interest act —, che vieta agli alti funzionari dello Stato di accettare passaggi aerei privati. Smentendo se stesso, Justin con famiglia e altri leader del Partito liberale ha raggiunto l’isola privata delle Bahamas a bordo di un elicottero dell’Aga Khan, amico miliardario di famiglia nonché capo di una Fondazione che dai governi canadesi negli ultimi anni (sia liberali che conservatori, a dire il vero) ha ricevuto fondi per centinaia di milioni di dollari. Per giorni l’entourage di Trudeau ha tenuta segreta la località dove aveva trascorso il Capodanno. Poi la notizia è esplosa come una bomba sui giornali. «Non ci vedo nulla di male, ma sarò lieto di rispondere a qualsiasi domanda delle autorità» ha detto, con inconsueto nervosismo, il premier venerdì dall’Ontario.

Il tour
È una delle tappe del suo tour attraverso il Canada, per il quale ha rinunciato a partecipare ad una «shooting opportunity» (tradotto, evento dove si va anche se non soprattutto per farsi fotografare) come il Word Economic Forum di Davos, oltre che all’insediamento di Donald Trump. Justin Trudeau voleva il bagno di folla. Invece, ora la Commissaria per le questioni etiche, Mary Dawson, sollecitata dal leader dell’opposizione, sta valutando se aprire un’inchiesta sui viaggi del premier oltre che sulle raccolte fondi organizzate dal suo Partito liberale. In quel caso, Trudeau è finito nel mirino per un evento difundraisinga casa di Benson Wong, presidente della Chinese Business Chamber of Commerce, cui parteciparono numerosi investitori per la non modica cifra di 1500 dollari a testa. Tra i presenti, anche il businessman Shenglin Xian che pochi mesi dopo ottenne il via libera da parte degli enti governativi alla sua banca, la Wealth One Bank of Canada.

La delusione di Jane Fonda
Come se non bastasse, si è unita al coro dei critici anche Jane Fonda, nota ambientalista. «Non innamoratevi dei liberali bellocci – ha ammonito l’attrice, indignata dall’approvazione di nuovi oleodotti –. Pensavamo tutti che fosse molto cool. Che delusione».

lunedì 15 agosto 2016

Naomi Klein attacca Justin Trudeau: "E' un falso profeta"

Naomi Klein
Viene riprodotto qui sotto, in versione integrale, l'articolo scritto da Sara Gandolfi per il Corriere della Sera del 12 agosto.

Canada, i no global contro Trudeau. Naomi Klein: «E' un falso profeta» 
L'aitante premier accumula like sui social network con i suoi selfie a torso nudo ma è sotto accusa per le promesse non rispettate su indigeni e difesa dell'ambiente

«Shameful@JustinTrudeau», vergognoso. È racchiusa in una sola parola, lanciata nel cyberspazio con un tweet dalla guru no global Naomi Klein, la fine della luna di miele — se è mai cominciata — fra la sinistra canadese e il telegenico, «super glamourous» primo ministro che ha fatto innamorare il mondo intero con i suoi selfie e i suoi muscoli. L’occasione, formalmente, è il visto negato dal governo di Ottawa a decine di attivisti invitati (e mai pervenuti) al XII Forum sociale mondiale che per la prima volta ha debuttato nell'emisfero settentrionale, per di più in un Paese del ricco club dei G7. Nelle ambizioni degli organizzatori, il summit che si chiuderà domenica a Montreal doveva essere un ponte fra Nord e Sud, nei fatti si sta rivelando una scommessa persa. Creata nel 2001 come antitesi movimentista al Forum economico mondiale, che riunisce ogni anno a Davos il Gotha della finanza, la «piattaforma aperta» quest'anno è andata quasi deserta. Pochi partecipanti, seminari e conferenze con tante sedie vuote.

L’autrice di «No logo»
Colpa di Trudeau, «finto profeta» liberal, secondo la Klein, divenuta famosa nel 2000 per il saggio No logo, «La Bibbia del movimento anti globalizzazione», scrisse il New York Times. Il governo canadese, accusa la scrittrice, avrebbe negato il visto di ingresso a centinaia di attivisti stranieri, applicando rigorosamente il severo iter burocratico. A farne le spese, anche l’ex ministra del Mali Aminata Traoré, candidata alla successione del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon. «Una macchia sulla reputazione del Canada come Paese aperto e ospitale», ha commentato Carminda MacLorin, una degli organizzatori.

Visto negato
L’Ufficio immigrazione ribatte che le richieste sono arrivate tardi. Trudeau invece tace e continua a godersi le vacanze con la famiglia. Per lui parlano le foto «rubate» sulla spiaggia che lo mostrano a torso nudo, più o meno tonico, ancora con la fidata tavola da surf fra le mani alla bell'età di 44 anni. L’immagine ha fatto strage di like sui social network. E ha fatto infuriare ancor di più la sinistra radicale.

«Meno liberal di quanto dice» 
Justin — abile mix di John Kennedy, Barack Obama e Brad Pitt — è un prodotto del nuovo marketing politico o un leader che farà scuola nella «governance» planetaria? Insomma, «ci è o ci fa»? Se lo chiedono in tanti, e non solo i no global. Come suo padre, l'ex premier Pierre Elliott Trudeau, è molto abile a sfruttare i media per coltivare la sua immagine di leader progressista e illuminato. I dieci anni del suo grigio predecessore, il conservatore Stephen Harper, lo hanno aiutato. Ma su Internet imperversa in questi giorni un articolo, ritwittato anche da Naomi Klein, dal titolo rivelatore: «I cinque modi con cui il “femminista” Justin Trudeau “Parla a sinistra e governa a destra”». Dall'accordo da 11 miliardi di dollari, firmato in aprile, per la vendita di armi all’Arabia Saudita alle postine di campagna pagate il 28 per cento in meno dei colleghi di città, i proclami del premier vengono messi a dura prova dalle politiche (o dall'inerzia) del suo governo.

La mega-diga in British Columbia
Ma è sull'ambiente e sulla difesa dei diritti dei Nativi (o Prima nazione come sono chiamati in Canada) che il premier rischia una bocciatura senza appello. Il suo governo si è impegnato a finanziare con 300 milioni di dollari la ricerca sull'energia pulita e ha pure digerito lo stop Usa all'oleodotto per il trasporto del petrolio estratto dalle sabbie bituminose, ma altri mega-progetti vanno avanti. A luglio, ha dato via libera alla costruzione di un'enorme diga idroelettrica sul fiume Peace, in British Columbia, che inonderà 5.500 ettari di terra agricola e sommergerà 78 siti sacri agli indigeni.

La delusione della Prima nazione
Contro il progetto da 9 miliardi di dollari si è mossa la Klein e anche Amnesty International, ma le accuse più brucianti arrivano proprio da quegli indigeni che fino a qualche settimana fa erano onnipresenti nei selfie di Trudeau. «Speravo che tenesse fede alle sue promesse, ma dice una cosa e ne fa un’altra», commenta amaro Roland Willson, capo delle Prime nazioni di West Moberly.