martedì 31 gennaio 2017

Strage Quebec City, regalo per gli 'haters' di Trump

La protesta contro Trump davanti al consolato Usa a Toronto
D'ora in poi, o per almeno per una decina di giorni sicuramente, si parlerà solo di Canada. Statene certi. Ma non per esaltarne le foreste, i fiumi e gli orsi bruni che vivono nei parchi nazionali. Se ne parlerà per sbalzarlo prepotentemente agli onori della cronaca come il Paese in cui si è sovvertito l'ordine naturale delle cose, dove la 'cattiveria' degli haters di professione, di tutti coloro che vogliono 'dividere il mondo', abbia provocato una strage di poveri innocenti. I musulmani. Che ovviamente sono i 'buoni', ingiustamente finiti sul banco degli accusati, forse per essere portatori di una religione che ha rappresentato troppo spesso la scusa e la giustificazione per avere scatenato guerre e massacri in ogni parte del mondo. Quisquilie, insomma. Il problema vero del nostro secolo sono i sei morti di Quebec City.
Alexandre Bissonnette è stato immediatamente identificato dai demagoghi di professione, quelli che tanto cara hanno l'uguaglianza nel mondo, come l'esempio tipico del 'follower' di Donald Trump e Marine Le Pen, e quindi anche di Matteo Salvini, delle destre populiste, che automaticamente vuol dire pure naziste, fasciste, qualcosa che finisce in 'ista' di sicuro (anche sandinista?), ma certamente cattive e crudeli.
Trapela quasi una soddisfazione da parte dei cosiddetti 'addetti ai lavori' di fronte alle vittime della moschea di Quebec City. Non appena il primo sospetto di origine marocchina è stato rilasciato si è infatti scatenata sulla rete una 'caccia al canadese' (questo sì, di pelle bianca, come ce lo immaginiamo noi, del resto), con conseguente demonizzazione di tutti coloro che chiedono da tempo una riduzione di immigrazione, maggiore sicurezza, più ordine, meno crimine, meno possibilità di ricezione di terroristi nelle nostre strade, siano esse italiane o canadesi.
Le 'anime belle' della sinistra radicale, che detengono le reali leve del potere mondiale, dopo la pesante mortificazione subita dalla salita al potere di Trump, non potevano ricevere regalo migliore.
L'accusa di terrorismo a Bissonette sembra prosciugare il famoso detto "non tutti gli arabi sono terroristi, ma tutti i terroristi sono arabi". E così questo faccino da pirla, questa espressione di un misto fra un taglialegna dell'Ontario e Justin Bieber, diventa automaticamente il leader di una potente frangia terrorista filotrumpista, forse diretta dallo stesso presidente americano. Perché se è vero che, dizionario alla mano, quello di Bissonette è un atto terroristico (sempre ammesso che sia stato lui a compierlo e che venga riconosciuto colpevole), è altrettanto vero che la vicenda non sposta di una virgola il problema reale, che è quello dell'invasione islamica nei confronti del mondo occidentale, con tutti i problemi che ne conseguono e della quale Trump ha perfettamente capito la pericolosità, alla faccia di coloro che strillano negli aeroporti (ma dov'erano quando si è trattato di votare? in nome di quale libertà o democrazia pretendono di parlare?).
L'operazione anti-Trump prosegue quindi in maniera spedita, sempre più veloce, con le immagini e i fatti arrivati al momento giusto, quasi cotti a puntino. Guarda caso, proprio in questi giorni qualche 'suffragetta' canadese aveva perfino proposto  (e a questo punto si attende pure l'approvazione generale) una insensata e liberticida legge contro l'islamofobia. Sulle televisioni europee (ma anche sulla maggior parte dei media americani) compare incessante la martellante campagna scatenata dal mondo dell'informazione occidentale, tesa allo spodestamento del potere di Trump, immagini, montaggi e sequenze che scatenerebbero l'entusiasmo di Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich di Adolf Hitler.

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