mercoledì 16 agosto 2017

Il Canada diventa sovranista: la teoria della 'remigrazione'

La Destra trova nuovi stimoli dai 'presunti' successi della 'presunta' Sinistra. E così, come negli Stati Uniti il governo di Barack Obama ha portato al successo di Donald Trump, in Canada l'immagine 'buonista' di Justin Trudeau ha risvegliato l'anima nazionalista dei canadesi. Kellie Leitch, Pegida Canada, i conservatori orfani di Stephen Harper. I canadesi che non si sentono rappresentati dall'accoglienza indiscriminata di migranti offerta da Tudeau (e comunque molto più regolata di quella pretesa da certa sinistra italiana) ora alzano la voce. Così come viene raccontato in questo post di Diego Minuti, pubblicato sul sito Globalist.

L'accogliente Canada si fa sovranista: spira nel paese un vento di destra ostile ai migranti
Aumentano i timori della gente comune nei confronti dell'immigrazione e la destra si rafforza: nel mirino il Québec, meta dei rifugiati francofoni

di Diego Minuti

E' come un soffio di vento che, col passare dei giorni, acquista sempre più forza, anche se l'ampiezza del fenomeno è, almeno per ora, circoscritta. Ma il moltiplicarsi di episodi di manifesta ostilità nei confronti degli immigrati che stanno arrivando a migliaia sta creando timori in Canada, Paese che sino ad oggi si è retto economicamente ed anche socialmente sui flussi di persone che l'hanno scelto per cercare migliori condizioni di vita o, anche, per salvare la propria di vita.
Il governo di Justin Trudeau, nel solco dei precedenti, non ha chiuso le porte agli immigrati e richiedenti asilo, grazie ad una economia che, dopo la crisi internazionale, dà confortanti segnali di ripresa e ad una struttura territoriale capace di assorbire nuovi arrivi da utilizzare come forza lavoro nelle zone del Paese dove vi è carenza. Ma questo processo, che sino a pochi anni fa faceva parte integrante dell'anima del Paese (forse il primo ad istituire un ministero federale del Multiculturalismo, per creare spazi e non certo per serrarli), ora viene messo in pericolo non tanto dal manifestarsi di movimenti di estrema destra sovranista, quanto dai timori della gente comune che il Canada potrebbe non reggere al peso di forti flussi di arrivi, soprattutto da Nazioni non capaci di 'offrire' professionalità, ma solo numeri da inserire nel programma di welfare, tra i più avanzati al mondo.
La destra, proprio nelle ultime ore, sembra avere scelto come base per la sua offensiva il Quebec e per motivi abbastanza semplici. Essendo la Provincia a fortissima maggioranza francofona, è quella che più delle altre (nella quasi totalità anglofone) si presta ad accogliere rifugiati da Paesi poverissimi dove la lingua più parlata, ad eccezione dei dialetti, è appunto il francese, quali i Paesi africani del Nord e delle regioni sub-sahariane. E come la disastrata Haiti che, tra eventi naturali devastanti ed una corruzione che ha superato i picchi dell'epoca di 'papa Doc', Francois Duvalier, di nefasta e nefanda memoria, sta assistendo ad una emigrazione enorme che, davanti alle porte chiuse dell'America (non necessariamente quella trumpiana), guarda al Quebec come ad una terra promessa. Dove a tutti viene garantita assistenza, che significa non solo sostentamento economico, ma anche una casa e opportunità di lavoro, grazie a corsi di formazione o riconversione.
Sino a ieri, perché i gruppi o movimenti che si muovevano sotto la superficie della destra tradizionale oggi alzano la testa. Come sta facendo Atalante Quebec che protesta manifestando le sue idee con striscioni e cartelli che spuntano qui e la, nel cuore della notte, nella più grandi città della Provincia a significare il no secco ad una immigrazione che ritengono esiziale.
Sulla sua pagina Facebook, Atalante Quebec ha scritto che migliaia di immigrati legali ed illegali e di rifugiati che arrivano ogni anno in Quebec "rappresentano una minaccia per l'identità quebecchese". La proposta per risolvere il 'problema' è indicata in una inversione di tendenza, quindi con il ritorno nelle rispettive patrie degli immigrati e, contestualmente, se la scelta delle porte aperte ha una matrice sociale ed economica, con un forte impulso ad una 'politica di natalità efficace'. In una sola parola, 'remigrazione', che viene esposta come slogan da attivisti non solo di Atalante Quebec.
Temi che, con qualche sfumatura diversa, sembrano essere eguali in tutto il mondo dove si assiste ad una offensiva di movimenti e partiti di incerta matrice ideologica (ma guai a dirlo a loro, si rischiano insulti e campagne contrarie on line) ma chiaramente collocati a destra che vogliono attingere a piene mani nel serbatoio elettorale degli scontenti, di chi attribuisce ogni male al diverso, mischiando mele cattive e buone. O peggio prendendo spunto da episodi negativi per generalizzare, colpevolizzare, accusare. In parole povere, la politica della parte per l'insieme.
Un serbatoio che, al di là delle parole dette, sembra ingrossarsi davanti a quelle che vengono viste come disparità di trattamento tra gli stessi immigrati o aspiranti tali, con quelli che provengono da zone a rischio (per ultimi, i siriani) che hanno corsie preferenziali per permessi di soggiorno che invece, come accade ad esempio ai giovani europei (tra cui molti italiani), sono tortuose, se non volutamente impervie e penalizzanti.
Neanche il Quebec si sottrae a questo quadro generale perché la politica delle braccia spalancate agli immigrati che ne hanno diritto (ed un occhio benevolo anche verso chi questo diritto non lo ha) viene presa a pretesto per attaccare il governo provinciale di Philippe Couillard, liberale, che, davanti all'offensiva delle parole e delle minacce, ha ricordato che la libertà d'espressione, così come il diritto a manifestare, sono tutelati dalle carte fondamentali del Canada così come del Quebec. "Ho già detto – ha dichiarato poche ore fa Couillard – che la libertà d'espressione permette di dire delle stupidaggini (...). Il nostro ruolo è rispondere a questo con parole di saggezza, equilibrio e soprattutto verità".

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